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Giornata Mondiale del Malato
Messaggio di Papa Leone XIV
[…] Viviamo immersi nella cultura della
rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma
anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci
impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il
cammino per guardare i bisogni e le
sofferenze che ci circondano. La parabola
racconta che il samaritano, vedendo il ferito,
non è “passato oltre”, ma ha avuto per lui
uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di
Gesù, che lo ha portato a una vicinanza
umana e solidale. Il samaritano «si è fermato,
gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le
sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e
si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato
[…] il proprio tempo». Gesù non insegna chi
è il prossimo, ma come diventare prossimo,
cioè come diventare noi stessi vicini. A
questo proposito, possiamo affermare con
Sant’Agostino che il Signore non ha voluto
insegnare chi fosse il prossimo di quell’uomo,
ma a chi lui doveva farsi prossimo. Infatti
nessuno è prossimo di un altro finché non
gli si avvicina volontariamente. Perciò si è
fatto prossimo colui che ha avuto
misericordia.
L’amore non è passivo, va incontro all’altro;
essere prossimo non dipende dalla
vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione
di amare. Per questo il cristiano si fa
prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio
di Cristo, il vero Samaritano divino che si è
avvicinato all’umanità ferita. Non si tratta di
semplici gesti di filantropia, ma di segni nei
quali si può percepire che la partecipazione
personale alle sofferenze dell’altro implica il
donare sé stessi, significa andare oltre il
soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a
far sì che la nostra persona sia parte del
dono.
Questa carità si nutre necessariamente dell’incontro con Cristo, che per amore si è donato per noi. San Francesco lo spiegava molto bene quando, parlando del suo incontro con i lebbrosi, diceva: «Il Signore stesso mi condusse tra loro», perché attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare. […] Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale. In questo modo, nell’Esortazione apostolica Dilexi te non solo ho fatto riferimento alla cura dei malati come a una «parte importante» della missione della Chiesa, ma come a un’autentica «azione ecclesiale». […] |
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